Convegno ”ll borgo abergo”. Basilicata 2007.

Una proposta per ospitalita’ diffusa

ORIGINI  DEL BORGO

Il termine “Borgo” ha origine in Germania “Burg” che nel Medioevo indicava le comunità agricole generalmente protette da fortificazioni, poste nelle campagne circostanti ai castelli che erano sede dei feudi. In altre occasioni si parlava di “borgo” intendendo un nuovo centro abitato sorto al di fuori delle mura di una città e successivamente inglobato dalla espansione della città stessa mediante ampliamento della cinta muraria. Lo scopo dei borghi fu prevalentemente quello di rendere coltivabili nuove terre agricole per garantire il continuo approvvigionamento dei feudi con i prodotti dei campi. Il signore Feudatario offriva in tal modo una sorta di speciale protezione legale agli abitanti del borgo e li liberava dalla condizione gravosissima di servi della gleba. Questa condizione di libertà goduta dagli abitanti del borgo portò alla nascita progressiva di un sistema sociale molto originale. Infatti gli abitanti potevano rimanere proprietari di una certa quantità di prodotti agricoli, una volta distribuiti quelli destinati al feudatario e accantonati quelli necessari alla propria sopravvivenza. Questo fatto permise loro di organizzare forme di scambio commerciale e di creare un indotto economico, come diremmo oggi, all’interno del borgo stesso vendendo il sovrappiù dei prodotti rimanenti. Nacquero in tal modo alcune figure sociali particolari che si identificarono nei MERCANTI  e negli ARTIGIANI. I primi occupati a vendere i prodotti agricoli, i secondi a creare quegli oggetti, strumenti ed attrezzature necessarie alla vita quotidiana che prima ciascuno costruiva nelle proprie case in forma rozza e rudimentale. Poco a poco artigiani e mercanti andarono arricchendosi allargando gli orizzonti del loro mercato locale a traffici estesi sulle lunghe distanze e così per ricchezza e prestigio alcuni di loro arrivarono ad essere addirittura rivali dei principi feudatari. La società dei borghi si trasformò allora in forme sempre più capitalistiche fino ad arrivare ad una sorta di vero e proprio antagonismo con l’aristocrazia dei signori che provocò le famose lotte di classe. E’ da queste premesse che nascerà poi la classe borghese, la Borghesia antagonista dell’Aristocrazia. Con l’affievolirsi del potere feudale gli abitanti del borgo si sottrassero progressivamente al controllo del feudatario fino a che il borgo stesso vide accrescere la sua popolazione e le sue case per trasformarsi in vera e propria città grazie all’intraprendenza dei suoi mercanti e dei suoi artigiani e si trasformò gradualmente in Comune con prerogative pubbliche di rappresentatività della città stessa. Fu poi l’Imperatore Federico I Barbarossa nel 1160 che intraprese, perdendole, le lotte contro i Comuni colpevoli di non rispettare più  le autorità dell’Imperatore stesso. La pace di Costanza (1180) suggellò la definitiva autonomia dei Comuni nei confronti dell’Impero.

CONSERVAZIONE  E  UTILITA’ ECONOMICA

Si tratta di valutare ed approfondire  un insieme di idee e di strategie finalizzate a coniugare il tema della conservazione con il tema della utilità economica e sociale del patrimonio edilizio. Generalmente si osserva che lo standard abitativo di un centro o di un nucleo storico è comunque mediocre e che soprattutto le classi sociali medio-basse non sono affatto attratte da tale modello abitativo, mentre al contrario guardano con maggiore interesse a quello del quartiere moderno dove le nuove architetture e le nuove tecnologie possano garantire confort  abitativi migliori. I modelli di comportamento dell’uomo rifiutano in sostanza  il concetto di “casa vecchia” e al contrario dimostrano sempre una forte propensione per la “Casa nuova”. Mentre infatti è assai difficile che si giunga a demolire per sostituire una casa agricola, nei centri urbani si abbandona la casa avita per trasferirsi in una casa nuova; in tale logica appare sempre più evidente il processo di abbandono subìto dalle zone urbane centrali, contrapposto all’incremento dei flussi  abitativi verso nuove zone periferiche che, per convenzione, garantirebbero  migliori condizioni di vita agli abitanti.

Nel risanamento, conservazione, riuso di un nucleo storico occorre valutare molto attentamente gli effetti secondari o indotti che si presume possano essere provocati dalla scelta relativa all’intervento. Si otterebbero di fatto:

-Incentivi nel settore del turismo

-Promozione di attività culturali

-Incentivi nel settore artigianale ( anche in conseguenza di una nuova domanda dovuta all’opera stessa del risanamento). Es. edilizia, impianti allestimenti

-Incentivi nelle attività commerciali al minuto sia per quanto riguarda quelle di prima necessità, sia per quelle di livello urbano

-Non vi è Piano Regolatore che non scelga l’obbiettivo della riqualificazione e di conseguenza il contenimento del fenomeno della espansione. Innovazione e conservazione non sono conflittuali e neppure possono essere considerati processi inscindibili. Essi si integrano a vicenda l’un l’altro. Non è possibile, come anticamente sostenuto, che i centri antichi debbano essere conservati per la loro pura contemplazione. Essi raccolgono e conservano testimonianze storiche e di aggregazione sociale che sarebbe delittuoso ignorare. I processi di degrado, di sostituzione e di abbandono tendono a cancellare le preesistenze o a renderle non più leggibili e noi abbiamo il dovere morale nei confronti dei nostri posteri di garantire la loro lettura e la loro godibilità.

DEFINIZIONI di CENTRO STORICO

I centri storici possono essere definiti come i luoghi in cui esiste in massima parte un patrimonio edilizio degradato o in corso di degrado causato specificamente dall’età dei nuclei edilizi. Si individua pertanto in quella porzione della città per la quale si rendono necessari interventi di riqualificazione e di salvaguardia.

La Legge Regionale della Provincia di Trento specifica che debbono essere considerati insediamenti storici tutti gli edifici che siano:

  • luogo di funzioni tradizionali da tutelare e mantenere (artigianato)
  • luoghi  ove le funzioni originarie possono essere sostituite da nuove funzioni.(Stalle)
  • Luoghi non più utilizzabili, ma dove le antiche funzioni meritano di essere testimoniate attraverso la conservazione dei manufatti (frantoio)

La prospettiva del recupero viene ampliata enormemente laddove recenti studi urbanistici ed antropologici collocano gli aggregati urbani o rurali della civiltà contadina, di cui è ricchissima la Basilicata nel contesto dei programmi di recupero e riuso delle loro configurazioni edilizie, architettoniche, urbanistiche che rimangono pur sempre un enorme patrimonio edilizio.

METODI  DI  APPROCCIO

Occorre partire innanzitutto da un inventario mirato sulla base di accurate e adeguate scelte connesse agli scopi  che   si intende  raggiungere. L’inventario si propone di stabilire preventivamente la convenienza o meno ad utilizzare una notevole parte delle risorse urbane per fini diversi da quelli per i quali esse furono concepite. Al di là dunque del recupero ad usi residenziali per i quali si attivano spesso forme di finanziamento regionali mirate a specifiche fasce di reddito della cittadinanza, molte sono le nuove destinazioni d’ uso che possono essere individuate all’interno dell’antico tessuto edilizio. Associazioni, Sedi di Proloco, Istituzioni, Centri di accoglienza, Centri ricettivi, Centri culturali, Centri museali sono solo alcuni degli esempi di possibile riuso di determinate volumetrie storiche.

La prima fase dell’inventario comprenderà le seguenti voci:

-Individuazione delle cartografie più antiche e dei dati storici

-Indagini Istat

-Individuazione del centro

-Delimitazione del Centro

-Censimento delle edificazioni esistenti nel centro delimitato

-Studio della dinamica della popolazione del centro

-Studio della dinamica delle attività del centro

-Situazione delle infrastrutture

-Rilievi e restituzioni

TECNOLOGIE E METODI DI INTERVENTO

Non vi è oggi problema igienico, infrastrutturale od impiantistico che non sia risolvibile con il metodo della conservazione. La tecnologia ci viene in aiuto. Riattare, ristrutturare, operare per il cosiddetto riuso, non significa rinunciare alla tecnologia, ma certamente non significa manomettere il volume edilizio sino a trasformarne l’essenza e cancellare la sua testimonianza. Se esaminiamo  ad esempio la costruzione di un portone in legno, di quelli che ancora adornano i portali di pietra delle antiche case o delle botteghe dei nuclei storici, notiamo che spesso essi erano costruiti con il sistema detto “alla mercantile” e che quasi tutti avevano una grossa tavola orizzontale spessa e massiccia applicata alla base ed in notevole rilievo rispetto al paramento esterno del portone. Quando le condizioni climatiche, la pioggia battente che scorreva lungo la superficie esterna ed il calore torrido dell’estate avevano compromesso questo elemento costruttivo al punto da renderlo inservibile e fatiscente, si procedeva alla sua eliminazione con due colpi di martello ed al fissaggio di una nuova tavola nello stesso luogo. Anche questo era un accorgimento tecnologico, molto utilizzato e molto economico; costava molto meno sostituire la tavola inferiore di protezione più soggetta a fenomeni di deterioramento perché più esposta, piuttosto che tutte le assi verticali che componevano il portone.

Oggi gli interventi tecnologici che siamo chiamati ad adottare hanno lo stesso scopo, proteggere, preservare, mantenere e conservare tutto ciò che il tempo potrebbe gradualmente cancellare. Siamo  convinti che gli interventi di riuso dei nostri nuclei più antichi saranno possibili ed efficaci grazie all’adozione di adeguate e spesso sofisticate soluzioni tecnologiche che devono metterci in condizione di operare innanzitutto in sicurezza  e nel rispetto delle recentissime direttive europee. Superamento delle barriere architettoniche, uscite di sicurezza, accessibilità e visitabilità dei luoghi da parte di persone con ridotte capacità motorie, accessi adeguati ai mezzi di soccorso e di emergenza, adeguamenti impiantistici e strutturali sono tutti interventi tecnici che se ben programmati, nulla potranno togliere alla suggestività dei nostri luoghi caratteristici e, al contrario, sapranno aprirne  gli orizzonti e svelare al cliente/turista tutti i segreti che nei secoli avevano custodito. Abbiamo la precisa sensazione che è profondamente cresciuta la consapevolezza di molte amministrazioni locali e regionali e delle forze politiche e sociali circa la necessità di una difesa integrale dei centri storici.

NORMATIVA

Un elemento fondamentale da prendere in  considerazione nei programmi di approccio agli interventi di recupero è quello degli standards minimi richiesti per l’abitabilità degli ambienti e quello della normativa edilizia ed urbanistica emanata dall’autorità centrale o dalle Regioni. Un aspetto propedeutico spesso trascurato benché nasconda insidie gravissime, come è facile dedurre dalle esperienze recenti, ove numerosi interventi traumatici condotti su tessuti storici, sono stati motivati con la necessità di affrontare risanamenti integrali ed invasivi per il rispetto della normativa vigente. Sorge allora la necessità di studiare attentamente il problema per poter, già in fase di pianificazione,  individuare le modifiche e soprattutto le deroghe che occorrono per salvaguardare gli organismi storici. La “Carta del restauro di Venezia del 1964” individuava esattamente pochi ma chiari obbiettivi da perseguire:

-La conservazione ha come fine la salvaguardia delle testimonianze storiche

-Le destinazioni d’uso devono essere tali da non alterare gli edifici, ma da favorirne la conservazione. -Eventuali aggiunte e completamenti devono recare i segni della nostra epoca; devono essere perciò rigorosamente escluse le operazioni stilistiche e analogiche, anche se basate su dati documentali.

Criteri questi che pongono in evidenza i cardini degli attuali orientamenti conservativi basati, come è ben noto, sul principio del minimo intervento, sul rispetto dell’autenticità, sulla distinguibilità  “a vista” dell’ intervento e la sua, almeno potenziale, reversibilità.

IL TURISMO

Il Parlamento europeo aveva già sottolineato l’importanza del settore per lo sviluppo socio economico delle popolazioni residenti e per la funzione di scambio di conoscenze delle realtà culturali e storiche delle destinazioni turistiche. La relazione della Commissione europea fornisce un ulteriore conferma dell’ importanza che il turismo va assumendo all’interno delle politiche comunitarie in quanto attività correlata da un insieme di funzioni di programmazione e gestione del territorio con la connotazione principale della trasversalità e della integrazione con i comparti economici tradizionali. Il turismo è considerato il settore con maggiori potenzialità di crescita a livello mondiale e con maggiori possibilità occupazionali nella imprenditorialità dei prossimi anni. E’ necessario però che tutte le opportunità di sviluppo vadano ricondotte alle iniziative di valorizzazione delle risorse ambientali e culturali del territorio, nonché alle modalità di integrazione con le politiche del settore evitando dunque mistificazioni, distruzioni, cancellazioni o trasformazioni che alterino irrimediabilmente il valore testimoniale di un centro storico.

Gli assi portanti per una strategia turistica si basano sui seguenti punti”

PROMOZIONE della cooperazione tra gli ambienti professionali interessati alle attività turistiche  e le organizzazioni preposte alla tutela e conservazione dei beni culturali ed ambientali

SOSTEGNO a forme di associazionismo e sostegno all’occupazione, alla formazione  e alla qualificazione degli addetti alle attività turistiche.

DIFFUSIONE del prodotto turistico mediante ampia informazione con l’obbiettivo di assicurare la piena conoscenza delle realtà culturali e sociali dei singoli paesi e dei territori tipici di ogni paese comunitario”

OSSERVAZIONI

L’anonimo  albergo tradizionale, lucido, asettico, con camere tutte uguali come celle ripetitive a Palermo come a Londra, a Mosca come a Buenos Aires, nel quale si perde completamente l’identità dei luoghi e la tipicità della regione è il prodotto sbrigativo confezionato per un mondo cieco che viaggia a velocità sempre più elevate. Isole dorate con false boutiques di artigianato dove tutto è trasformato, modificato ed estruso dalla potente industria del turismo, dove l’appiattimento globale e la cancellazione dei caratteri tipici annullano e vanificano il gusto tipicamente umano per la  scoperta, per la  ricerca e per l’improvvisazione. Talvolta si assiste  a vere e proprie mistificazioni ambientali nelle quali, in una ottica miope e quasi perversa, si attrezzano, spesso nelle regioni americane, aree turistiche, alberghi e centri commerciali con paesaggi di cartapesta, vicoli e facciate di cartone, portali e stipiti di gesso, lanterne e  lampioni di latta verniciata per donare all’ospite quella effimera e falsa sensazione di “ambiente caratteristico” estraneo a qualsiasi radice storica o sociale, deprimente e del tutto paradossale. E’ necessario  dunque  porre molta attenzione sull’uso ed il riuso che si intende eseguire nei nostri unici nuclei storici. Occorre essere consapevoli del fatto che se si snaturano i nostri centri, non solo avremo cancellato per sempre la testimonianza delle nostre origini, ma rischieremo di non poter trarre i benefici turistici che abbiamo  programmato poiché automaticamente verrebbe meno l’ interesse turistico stesso per l’area. E’ come un cane che si morde la coda, è un circolo vizioso che non si interrompe e che al danno della trasformazione selvaggia, aggiunge quello della cancellazione dell’interesse da parte del turista. Il gusto dell’arcana sensazione di sentire il rumore dei propri passi mentre si percorrono i vicoli tortuosi del borgo, è un  privilegio ricco di sensazioni. Quanto è differente camminare lungo i bordi di una superstrada o lungo i grandi marciapiedi asfaltati e senza trama, senza geometrie, senza disegno. Quanto è più umano camminare su un selciato allineato e consumato la cui materia quasi si  percepisce al di sotto delle suole. Percorrere le piccole strade tortuose, le rampe, le scale di pietra che in maniera spontanea si snodano all’interno del borgo è una esperienza da caldeggiare e da promuovere. Una casa dopo l’altra, una casa accanto all’altra e le strade e le infrastrutture interne nascevano come spazi di risulta e come volumi negativi, intesi come i volumi del “non costruito”. Questa forma di aggregazione spontanea, oggi diremmo abusiva, nasceva spesso sulla parte più alta e dominante del territorio per essere più facilmente difesa dagli assalti dei nemici o dei predoni e veniva cinta da mura. Dunque il borgo nasceva nella più assoluta spontaneità e la strada, il muro, la casa, la scala diventano un unicum strutturale, costruito tutto con lo stesso materiale economico perché di facile reperibilità. Da ciò deriva quell’aspetto unico ed inconfondibile che caratterizza i nostri nuclei storici incastonati nelle montagne o agli apici delle colline, senza esaltazioni dove l’intervento umano sembra quasi inesistente tanto impastate appaiono le rocce, le terre, i coppi, le pietre e le edere che le adornano. E’ dunque questa spontaneità che deve essere preservata e recuperata e su questa stessa spontaneità spesso frammentata e suddivisa in innumerevoli tessere di mosaico occorrerà impostare le nuove destinazioni di ricettività.

Tuttavia il sistema “Borgo Albergo” non può  a mio avviso essere identificato in un’ oasi, una sorta di riserva indiana ad uso esclusivo del turista. Forse si commetterebbe un errore altrettanto grave; quello cioè di rischiare di enucleare una realtà sociale e storica dalla stessa realtà urbana solo per il fatto che essa non offre più i requisiti della abitabilità intesa come vivibilità. E’ come se si raccogliesse un fiore in un campo di girasoli. Bello, luminoso, grande lo si lascerà essiccare a testa in giù in modo che non perda la sua raggiante bellezza e poi lo si porrà in mostra dentro ad una bacheca di vetro o incorniciato in un telaio. Trasportato in casa, in ufficio, nel museo tutti potranno ammirarne la bellezza e l’austera regalità, il colore che richiama i raggi del sole e la maestosità dei suoi petali. In realtà quel girasole è morto. E’ posto in mostra, illuminato e contornato dalla sua bella cornice e dal vetro brillante ma esso è morto. Sono vivi tutti gli altri che assiepati nel campo si muovono ondeggiando uno accanto all’altro ogni mattina e si girano a guardare il sole  che li ha generati. Se immaginassimo di racchiudere nel recinto il nucleo storico dei nostri borghi, svuotati dell’anima che li faceva vivere e piantassimo intorno ad essi una cinta muraria con grande cancello di ingresso sorvegliato   e sormontato da una insegna immensa con la scritta Hotel Borgo, avremmo di nuovo commesso un errore, un grave errore, poiché avremmo creato una struttura artificiale e fine a se stessa capace di vivere solamente quei pochi attimi in cui viene occupata e poi  destinata a rimanere tessuto morto come quando il centro venne abbandonato dai suoi abitanti perché fatiscente.

Occorre allora, a mio avviso, in primo luogo invertire la tendenza attuale e cioè richiamare progressivamente alla vita le case che sono state abbandonate dai loro abitanti; intervenire sulla sensibilità della popolazione affinché essa si accorga che quelle case, quelle scale e quelle botteghe hanno un valore che va ben al di là del confort momentaneo procurato da una centrale automatica a gas e che racchiude invece in sé tutti i valori culturali e l’orgoglio dei luoghi tipici del nostro passato. Su queste premesse è impostato l’ ambizioso programma della nascita di un Borgo-Albergo il quale, a seguito del restauro di antiche residenze sparse nel centro storico si dedicherà alla creazione di nuove ospitalità turistiche richiamate dalle note di autenticità e di testimonianza storica. In tale programma, le abitazioni della popolazione locale dovranno coesistere con gli appartamenti per gli ospiti, con le camere singole o doppie, con le botteghe al piano terra e con il negozio di frutta all’angolo del vicolo.

La socializzazione tra l’ospite turista e l’abitante deve essere spontanea e naturale ed il passaggio dall’uno all’altro dovrà avere carattere di interscambio e di travaso tra valori culturali diversi, usi e tradizioni particolari, lingua e costumi che si fondono nella consapevolezza di un unico, grande patrimonio storico naturale.

Concediamo un po’ di anima anche alle pietre in un mondo così materialista dove  anche coloro che hanno un’anima assomigliano sempre più alle pietre.

Lodovico Alessandri