Intervento a cuore aperto

Pur avendo progettato quell’intervento di recupero nei suoi più intimi e segreti dettagli, il Signor Pino avrebbe rinviato l’inizio delle opere il più a lungo possibile a causa di un forte scrupolo dal quale si sentiva imprigionato.

Era lecito violare quella abitazione che per tanti anni era rimasta custode muta del fantasma di uno scrittore?

Era lecito irrompere nella camera dove nel ‘35 il Maestro aveva riposato sognando di volare sulle cime sfarinate dei calanchi o perlustrare gli angoli dello studio dove gli scorpioni avevano nidificato nella polvere antica, lì accanto alle tele depositate lungo il muro che ancora emanavano l’odore inebriante della trementina?

Si appoggiò al muretto sconquassato del bagno e lì rimase in osservazione.

Un Ingegnere si aggirava per quegli ambienti sconosciuti e Gigi e Luigi lo seguivano per mostrargli le crepe. Il concerto dei trilli dei cellulari non concedeva pause e i suoni si impastavano con i colpi del piccone.

“Piano!” gridò il Signor Pino, “Fate piano!” Ma la voce non uscì, e se pure gli parve di urlare, i suoni furono rapidamente ingoiati dal frastuono del cantiere.

I due barbuti con i muscoli gonfi colpivano il muro che come un guscio d’uovo si sbriciolava e schizzava nell’aria.

“Tira a’ cord!”.

La molazza girava vibrando e scricchiolando come l’antica macina custodita sotto la camera dello Scrittore.

“Fate piano per favore…non c’è fretta!”.>

Le porte erano già smontate e Dario e Cettina con gli occhi attenti dei restauratori stavano esaminandone la patina, gli strati di vernice, le fibre asciutte dal tempo.

“Venite! Venite!” Lo chiamò qualcuno lì in fondo alla cucina. Incrociando le carriole che giocavano a rimpiattino sui solai impolverati, il Signor Pino raggiunse la cucina.

“Guardate qui…mancano dei pezzi alla base del camino!” Era il camino di Giulia, muto da quasi settant’anni.

Si chinò, scostò la polvere con le mani; era secca ed impalpabile; si trovò al cospetto del camino.

Era spento, triste e quel focolare buio senza fondo gli provocava una certa inquietudine. Avvicinò il capo a quella bocca asfittica, una brezza leggera scendeva dalla cappa e lo costrinse a socchiudere gli occhi.

D’improvviso sentì del calore, la polvere tiepida prese colore, uno schizzo giallo illuminò la pietra gelata che custodiva i carboni, poi altre scintille e fiammelle e braci arroventate gli portarono il profumo del rosmarino e delle teste di capra spaccate che sfriggevano al fuoco.

Udì il colpo di tosse di Giulia che alle sue spalle rovistava nell’acquaio e rassettava i bricchi di alluminio appendendoli ai ganci di ferro, si voltò ed incrociò i suoi occhi antichi e sapienti.

“Scasc ù solai!”

Una valanga di detriti fu scaraventata dalla finestra e si accumulò sull’orto con un frastuono sismico, la polvere bianca incensò delicatamente i muri di pietra delle modeste abitazioni del vicolo.

Gli operai tesero un metro e l’Ingegnere esaminò la misura “Scacsc à comuglìm!” Gigi incaricò il muratore di montare il ponteggio, il suolo era pericolante e pareva che cedesse ad ogni passo.

Le finestrelle di abete dipinte di celeste stavano a guardare. Davanti alla porta, la figura del Maestro si stagliava in controluce, curvo sul suo cavalletto, un occhio ai calanchi, uno alla tela e quegli ammassi di argilla bianca che foravano i muri della stanza oscura presero colore virando dal giallo all’arancio sotto le pennellate pastose dell’olio.

La molazza gracchiava e macinava il cemento che si impastava in rivoli di mulinelli agitati dalla tramoggia.

Uomini neri si agitavano all’intorno come soldatini al fronte armati di pale e picconi che brandivano a ritmo crescente.

Il portoncino verniciato della cucina era spalancato, la parete candida del vicolo proiettava all’interno una luce benevola che invadeva l’ambiente e colorava di celeste i muri scrostati.

Un’ombra trasparente era lì accostata all’uscio.

Immobile e serena.

Aveva le ali molto grandi che scendevano raccolte fino alle caviglie, solo l’orlo della tunica sembrava ondeggiare sospinto dall’aria.

Il Sig. Pino fece allontanare dagli operai i detriti ed i calcinacci che erano stati depositati vicino alla porta della cucina e Giulia, con un cenno del capo, approvò serenamente.

“…Al crepuscolo, in ogni casa, scendono dal cielo tre angeli…guardano la casa e la difendono…se io buttassi le spazzature attraverso la porta, potrei buttarle sul viso dell’angelo, che non si vede; e l’angelo si offenderebbe e non tornerebbe mai più…”

(Carlo Levi “Cristo si è fermato a Eboli”)

L’intervento di consolidamento è necessario, gli sforzi di tutti sono diretti a far sì che esso sia meno invasivo possibile.

Il paziente è vivo, si faccia attenzione, piano, piano, sotto i calanchi c’è un cuore antico che palpita.

Lodovico Alessandri